Istituto per la Storia di Vasto

venerdì 15 maggio 2020

TRA PASSATO E PRESENTE: D’UN PORTO MANCATO E D’ALTRE STORIE



(Paranze tra la spiaggia e Scaramuzza)

TRA PASSATO E PRESENTE: D’UN PORTO MANCATO E D’ALTRE STORIE


di Luigi Murolo


31 dicembre 1931. L’ing. Verdinois di Roma presenta al podestà di Vasto, Pietro Suriani, il progetto di un braccio a mare da realizzare all’inizio della scogliera, nei pressi della spiaggia. Si tratta dell’ipotesi di una diga a protezione della Marina di Vasto – ma, a tutti gli effetti, un porto-rifugio – che, nella seduta del 28 settembre 1931, il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici aveva respinto proponendone una radicale modifica. Che si trattasse, nella fattispecie, di un porto-rifugio («ricovero utile per la flottiglia da pesca»), l’apprendiamo dal periodico quindicinale «Il Corriere della pesca» (15 marzo 1940) che, poco prima dell’entrata in guerra, spinge ancora sullo stesso tema. Il breve articolo comparso sull’organo ufficiale dell’industria ittica è significativo perché precisa il punto di vista dell’organizzazione nazionale di settore. Per tale ragione, ne riporto l’originale (fig. 1):

(Fig. 1: «Il Corriere della Pesca», 15 marzo 1940)
Come si può notare, l’organo di stampa associa la crisi della pesca locale (che implica la caduta verticale della flottiglia peschereccia) all’assenza di uno scalo sicuro per le barche. Nei fatti, non interessava più il porto, ma un attracco in grado di tutelare il piccolo naviglio. In quegli anni era svanita l’idea di riuscire a costruire un porto a Punta Penna. Mancavano i finanziamenti. La ragione della localizzazione alla Marina stava nel fatto di poter utilizzare, in contemporanea, le risorse da destinare alla messa in sicurezza della collina di Casarza allora in frana (vale la pena ricordare che, già nel marzo 1920, il deputato socialista Mario Trozzi aveva presentato un’interrogazione parlamentare per la realizzazione di un porto rifugio a Scaramuzza). Proviamo a vedere il progetto redatto dall’ing. Verdinois (fig. 2):


(Fig. 2: Il progetto Verdinois: 31 dicembre 1931)
 Il braccio, innestandosi sulla punta di Scaramuzza, piega diagonalmente verso sud-est per poi girare verso sud. Una scogliera artificiale di raccordo parte dalla punta del Trave per congiungersi al molo. Rispettando le indicazioni podestarili, il progetto Verdinois avrebbe dovuto bloccare lo slittamento verso s/e della frana di Casarza («piede della collina franosa» sottolinea la relazione) e, nello stesso tempo, realizzare lo scalo peschereccio. Il diniego posto dall’organo superiore è esposto nella relazione che, Umberto Ballardini, Capo del Corpo Reale del Genio Civile di Chieti, invia al podestà Suriani. Le parole sono inequivoche (figg.: 3a, 3b, 3c):

«[…] la costruzione di un molo a due bracci per difesa del mare della spiaggia di Vasto e per formazione di un rifugio per piccole navi non offre sufficienti garanzie di contenimento dei due scopi per i quali l’opera viene proposta e che quindi il progetto in esame debba essere modificato tenendo presente che risultati più sicuri si potranno conseguire con la costruzione di una diga parallela al lido isolata in mare».

(Fig. 3)


(Fig. 3b)


(Fig. 3c)

La relazione che blocca la costruzione del porto-rifugio.

Su di una foto del giugno 1912 (che devo all’amico Beniamino Fiore) ho sottolineato i due punti interessati dal progetto: Scaramuzza per il molo, Il Trave per la scogliera artificiale. Come si può notare, la realizzazione della struttura avrebbe disarticolato il paesaggio storico (fig. 4). L’ultima foto indica l’attuale trabocco (ricostruito) che sarebbe dovuto scomparire per dare posto alla scogliera di cui si è parlato (fig. 5).

[Fig. 4Scaramuzza vista dalla Stazione: giugno 1912 (collezione Beniamino Fiore)]
(Fig. 5: Località Trave: il trabocco)
Ecco. A distanza di una novantina d’anni da quella data si riesce a capire come il controllo dello Stato centrale nei confronti delle periferie abbia mantenuto una certa tutela del territorio. Per quanto importante, la riforma del Titolo V della Costituzione ha dato una forte autonomia ai comuni, non sempre adoperata con la necessaria misura. E dobbiamo, anzi, alla stretta relazione tra centro e periferia e alla loro conflittualità se molte assurdità proposte non hanno trovato il disastroso compimento. Penso, ad esempio, nel rapporto inverso, che cosa sarebbe accaduto se, nel 1982, avessero trovato attuazione le direttive del IV PEN che prevedevano a Punta Penna la messa in cantiere di una megacentrale termoelettrica a carbone con quattro unità standard dalla potenza di 640 Mw ciascuna! Sarebbe stata cosa fatta con la linea industrialista a oltranza di DC e PCI in quegli anni, con il MSI che, dall’opposizione, sosteneva la “bontà” del nucleare contro il carbone. Solo l’attività di una piccola associazione come «Italia Nostra» (in cui allora era maturata l’ipotesi della Riserva speciale di Punta Penna, istituita nel 1998 come Riserva naturale regionale di Punta Aderci [e non d’Erce]) denunziava, insieme con proposta alternativa della Riserva, la violenza distruttiva di quell’ecomostro con tutto il paradigma economico-culturale di cui era portatore. Del resto, non credo che fossero in molti a discutere quel Rapporto sui limiti dello sviluppo (il cosiddetto Rapporto Meadows) del 1972, che trovava il totale disinteresse (per non dire la massima ostilità) del ceto politico di quegli anni tutto proteso a esaltare le «magnifiche sorti e progressive» dell’industria o di qualcosa che semplicemente «fumasse» (a tal proposito vale la pena ricordare che nel 1971 già era stato avviata la procedura per l’istallazione di una centrale termoelettrica a olio combustibile sempre in quel di Punta Penna. Frenata perché concomitante con la lotta ambientale sostenuta Italia Nostra di Lanciano e politica del PCI contro la Sangro Chimica (Società per azioni rogata il 21 marzo 1971 dal notaio Germano De Cinque, allora presidente dell’Amministrazione provinciale DC di Chieti. SpA, dunque, che vedeva il consiglio di amministrazione così composto: Antonio Genovesi, assessore provinciale DC ai lavori pubblici, Domenico Tenaglia, assessore provinciale all’Igiene e Sanità, Mario Pennetta, segretario provinciale della DC, Giustino Battistella, consigliere comunale DC di Lanciano, Antonio Gaspari di Gissi). Evidente, insomma, la dura risposta del PCI, tesa a privilegiare il primato dell’agricoltura nei confronti dell’industria chimica ritenuta non compatibile con il settore primario e, di conseguenza, distruttiva. Come si può ben intendere, nessun paradigma ambientalistico o paesaggistico alla base di quello scontro. Come direbbero i francesi: «Politique d’abord, l’intendance suivra». Con un’aggiunta: che, in seguito, alla crisi petrolifera del 1973, sarebbe stato l’insediamento industriale Sevel a rompere, dal 1978, lo schema appena indicato, trascinando con sé la stessa fine del menzionato progetto di centrale termoelettrica a olio combustibile di Punta Penna, che, grazie al suo porto, avrebbe dovuto completare la «chimicizzazione» dell’Abruzzo meridionale. E che cosa dire, inoltre, un ventennio più tardi, di quel Centro Oli di Ortona, un impianto di deidrosolforazione del petrolio greggio che, nel 2007 (ma sospeso nel 2009), l’Eni voleva regalare alla costa abruzzese? Fin qui, quando era ancora la solidità della terraferma a garantire la riconoscibilità di un luogo. Ma che cosa accade nella società dominata dalla cosiddetta modernità liquida dove – per dirla con Zygmunt Bauman – vige «la convinzione che il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza»? Presto detto. Ancorare l’insediamento chimico sulla massima liquidità esistente: il mare.
Ecco, allora, che a sei km dalla costa di S. Vito, una piattaforma petrolifera ampia 35 m. x 24 m., alta 43,50 metri sul livello medio marino (un bel palazzo di 10 piani), verrà collegata ai 4-6 pozzi da perforare nei 6/9 mesi dagli inizi del progetto. Struttura – va detto – da raccordare a una nave con funzione di raffineria galleggiante (Floating Production, Storage and Offloading – in acronimo FPSO) le cui dimensioni dovrebbero essere: lunghezza, m. 320; larghezza, m. 33; altezza massima m. 54. Una città galleggiante (Une ville flottante), tanto per ricordare il titolo di un celebre romanzo di Jules Verne del 1871. E che ha una denominazione rassicurante come il pesce cui si riferisce: Ombrina. Una cosa, nota a tutti. Ma che vale sempre la pena tenere a mente.
Che lo si voglia o meno, da mezzo secolo a oggi, ciò che viene definita Costa dei Trabocchi ha subito quattro tentativi di «chimicizzazione» industriale che qui ho cercato di sintetizzare alla buona. Un virus che torna periodicamente e che non ha ancora trovato un vaccino. In quale laboratorio deve essere ricercato? Con quali virologi? Una cosa voglio dire. Se il virus non può essere debellato perché ormai è diventato endemico, allora non prendiamoci più in giro. Finiamola una volta per tutte. O aboliamo trabocchi, aree di riserva ecc., oppure, nell’Abruzzo meridionale, si chiuda per sempre all’industria chimica. Tertium non datur. Incredibile ciò che è accaduto per Ombrina mare. La legge di stabilità del 2016 ha vietato la ricerca di idrocarburi entro le 12 miglia dalla costa, dopo aver favorito la ricerca a una distanza inferiore. Il governo italiano ha inizialmente sospeso il permesso di ricerca, e nel 2018 rigettato la richiesta di concessione per l’estrazione del petrolio. Salvo poi ricevere, da parte della compagnia petrolifera, la richiesta di 160 milioni di euro per il risarcimento dei danni subiti. Mi chiedo: si può continuare in questo modo? Con la prospettiva di quella modernità liquida che fonda se stessa sul cambiamento continuo e sulla certezza dell’incertezza? È questo il paradigma culturale e economico del radioso futuro? Se lo è, meglio stendere un velo pietoso. 
Poi la megacentrale a carbone. Non realizzata. Ma per quale motivo? Rivolte? Nulla di tutto questo. Nulla di simile alla rivolta di Fossacesia contro la Sangrochimica (non dimentichiamolo. Di fronte non si aveva una multinazionale. Ma una società espressione di una parte politica del territorio e, per quanto si voglia, per forza di cose sensibile ai consensi della popolazione locale). Molto più semplicemente perché, la protesta centrata sulla forte mobilitazione dell’opinione pubblica, trovava un diverso riscontro nel nuovo orientamento strategico del nuovo piano energetico nazionale. La proposta della Riserva aveva superato l’ostacolo più grave. Ma prima di diventare effettiva, un nuovo ostacolo (anche se molto meno grave del precedente), andava profilandosi all’orizzonte: il progetto di un porticciolo turistico nell’area della spiaggia di Punta Penna. Di fronte non si aveva lo Stato né una multinazionale. Tutto era centrato sulla primauté del comune. Oggi un risultato è sotto gli occhi di tutti. La sezione vastese di Italia Nostra (con il WWF) aveva ottenuto un grande risultato culturale e naturalistico per la città e per la regione: la conservazione del luogo. Cosa che faceva il paio con il vincolo paesaggistico per tutta l’area di S. Giovanni in Venere – sottratta alle mire della speculazione – conseguito nel 1966 dalla sezione di Lanciano di Italia Nostra. Esempi che appartengono per intero al secolo scorso e a quella straordinaria tradizione laica di impegno civile e culturale che, nel 1955, aveva visto un gruppo di intellettuali fondare l’associazione qui più volte citata, il cui animus, Giorgio Bassani aveva così sintetizzato nel 1965: «Si alzino ancora l’impeto e l’ardore appassionato di Italia Nostra che hanno contribuito a darle quel carattere di protesta perpetua e di tensione che ancora oggi la distingue». Impeto, ardore appassionato, protesta perpetua, tensione (invito tutti a leggere la splendida raccolta di scritti di Giorgio Bassani, (Italia da salvare, Milano, Feltrinelli, 2018). Strane parole da ascoltare, quelle! Del tutto estranee al vocabolario oggi in uso. Che sembrano risultare ancora più stridenti rispetto al presente, se aggiunte al concetto che invitava alla «difesa del patrimonio storico, culturale, ambientale della nazione» esposto nella Legge di tutela del paesaggio dell’11 maggio 1922 redatta da Benedetto Croce. Salvo poi tornare a Ruskin che nel 1862 affermava:

Il paesaggio è il volto amato della patria. Più questa visione sarà bella e più si amerà la patria di cui è l’immagine. Questa bellezza deve essere la grande preoccupazione del patriota, come è stata la sua vera educatrice. Non è solo seminando statue che si ha una raccolta d’uomini, ma risparmiando le pietre della terra natale. Una nazione non è degna del suolo e dei paesaggi che ha ereditati se non quando con i suoi atti e le sue arti li renda ancora più bella per i suoi figli.
(La citazione di Ruskin in N.A. Falcone, Il codice delle belle arti e dell’antichità: raccolta di leggi, decreti e disposizioni relativa ai monumenti, antichità e scavi dal diritto romano a oggi, corredata dalla legislazione complementare e dalla giurisprudenza, Firenze, Baldoni, 1913, p. 243).

Del resto, non credo siano questi i temi che hanno accompagnato la lotta contro il Centro oli di Ortona o di Ombrina mare. L’orizzonte in cui sono inscritte è quello del cosiddetto Nimby (acronimo inglese di Not In My BackYard, non nel mio cortile), la protesta che connota la comunità locale contro opere a alto impatto limitatamente al proprio territorio. Ripeto, limitatamente agli interessi del proprio territorio. Nulla da dividere, dunque, con la «protesta perpetua e di tensione [morale e civile, s’intende]» in tutti i luoghi che ha caratterizzato il Novecento.
Tra presente e passato le risposte ai problemi da un lato sono, e dall’altro sono state differenti. Probabilmente la stessa ricostruzione storica dovrà rispondere a tale diversità. Non so dire se tra i due momenti esista una discontinuità di paradigmi. Posso dire poco, perché non ho affrontato argomenti del mondo Nimby. Ma in linea generalissima ritengo che questi ultimi siano da indagare in un contesto più specifico di storia delle comunità.
La storia della difesa dei beni culturali e ambientali richiede una storia dei luoghi centrata sulla ricerca di tutta la documentazione di riferimento. Protagonista è il luogo con i suoi abitanti (tenendo magari conto di quanto scrive Marc Augé: «Il luogo antropologico è il luogo in cui vi è una coincidenza perfetta tra disposizione spaziale e organizzazione sociale». Una possibilità – aggiungo – raggiungibile solo tendenzialmente). La comunità, al contrario, richiede soprattutto l’analisi delle pratiche che la rendono coesa attraverso gli obiettivi in cui si riconoscono. Chi scrive è interessato alla storia dei luoghi. E in tale prospettiva sono da leggere alcuni dei suoi interventi che viene qui pubblicando.
Un’ultima annotazione. Occorre tornare con forza al paesaggio e alla sua storicità, movendo dal celebre topos ovidiano su cui avevano riflettuto i grandi intellettuali di primo XX secolo da Georg Simmel a Benedetto Croce: «La natura s’ingegna a imitare l’arte» («simulaverat artem ingenio natura suo», Metamorfosi III, vv. 158-9). Cercare di rileggerlo e comprenderlo nel miserabile contesto della modernità liquida.
Parole nel vuoto, come diceva Adolf Loos? Certo, parole nel vuoto! Del resto, che cosa si può pretendere di più da chi si è solo limitato a agire con «impeto, ardore appassionato, protesta perpetua, tensione»?


Pubblicato da Mercurio Saraceni

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